mercoledì 29 dicembre 2010

Quale sinistra pagherà il prezzo?


Chi vuole può essere d'accordo, addirittura applaudire alla riforma dell'Università. Come pure alla Marcia di Marchionne. Ma deve sapere che pagherà un prezzo. Se fa politica, naturalmente, e pensa di interpretare i bisogni di una parte importante della società.

Però, manipolare i fatti per negare i principi che ispirano questi due eventi politici, destinati a incidere notevolmente sulla nostra società, e negare le conseguenze che ne derivano per studenti e lavoratori, è disonesto. E questo viene fatto da molti in questi tempi.

La riforma Berlinguer ha creato una grande confusione e gli effetti di quella mancata riforma si sentono ancora. La Moratti ha agitato le acque ma non ha cambiato assolutamente nulla. Ma i due fallimenti che l'hanno preceduta non fanno della legge Gelmini uno strumento innovativo, rispondente ad una moderna strategia dell' istruzione e della ricerca all'avanguardia, competitiva e di livello mondiale.

Niente di tutto questo. Mentre ciò che emerge chiaro è un taglio alle risorse e un indirizzo che nega di fatto il sostegno a chi non ha mezzi e che attraverso lo studio sfida il funzionamento dell'ascensore sociale che per lui stenta ad aprire la porta. Non meno soldi all'Università ma più investimenti, questo andava fatto. Mentre andavano eliminati sprechi e inefficienze.

A questo proposito, perchè non chiudere venti/trenta università sulle oltre cento? Perchè non eliminare le circa trecento sedi distaccate, o almeno la stragrande maggioranza? E perchè non si è avviato un vero ammodernamento del sistema con lo sviluppo di Campus di qualità europea e alloggi e sostegni economici ai fuori sede? E ovviamente ai malestanti e ai meritevoli?

Niente, solo fumo. Ricercatori che non ricercheranno e che dopo una decina d'anni della loro vita potrebbero essere mandati a casa. Ridicolo, dieci anni per capire se una persona vale o meno. Borse di studio e razionalizzazione di sedi e strutture ausiliarie per gli studenti, niente.


In quanto alla Marcia di Marchionne senza i quarantamila, anche qui si butta fumo, si fa ammuina e, per partito preso, si mettono all'indice le solite sinistre conservatrici incapaci di vedere la modernità del Patto di Natale. Questo accordo non è moderno, è solo un laccio intorno al collo dei lavoratori. Si invocano le esperienze di altri paesi europei per cercare un avallo a questo sconcio. Si cita la Germania, per esempio, ma a sproposito.

Lassù il sindacato( unico di settore) partecipa alla governance delle aziende automobilistiche e i lavoratori hanno una partecipazione all'utile operativo. Quel sindacato ha accettato qualche anno fa una riduzione di salario e di orario a 28 ore per non perdere posti di lavoro. Di recente ha concordato di riportare l'orario a 35 ore settimanali e accettato condizioni di lavoro tali da procurare maggiore produttività.

Ma chiedendo allo stesso tempo assolute garanzie sui livelli occupazionali nel medio periodo e sui livelli di investimento. E, soprattutto, accettando condizioni eccezionali, appunto, come del tutto eccezionali. Deroghe al contratto nazionale, deroghe in vigore solo per un tempo concordato.

Ma dov'è tutto questo nell'osso mezzo spolpato che Marchionne ha gettato ai sindacati che ci sono stati e ai lavoratori? E perchè i lavoratori dovrebbero firmare di corsa, ccome dice quel povero uomo di Fassino? E Chiamparino? Dice, perchè altrimenti niente lavoro. Ma fin lì i lavoratori ci arrivano da soli. Il senso del ricatto lo capiscono benissimo. La trappola in cui sono stati messi dai sindacati la vedono da soli.

Loro si aspettano che qualcuno gli dica come sfuggire alla trappola, come trovare un accordo più giusto, come eventualmente lottare per far valere anche le loro sporche ragioni. E questo se lo aspettano certamente da una sinistra progressista che continua a dire ancora di volerli rappresentare.

E visto che non lo otterranno, manderanno il loro segnale inequivocabile di qui a qualche mese. Magari, a quel punto evitiamo di meravigliarci se il tristissimo Fassino sbatterà il muso a Torino e con lui anche il PD alle ormai molto probabili elezioni nazionali.

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