Hanno vinto ma di fatto sono stati bocciati, schiacciati da troppi no. Condividono la stessa precarietà fatta di pochi voti che ne legittimano una leadership senza consenso. Marchionne e Berlusconi possono reclamare di poter governare una fabbrica di auto o una nazione.
Ma siccome non sono cretini sanno benissimo che le emergenze a cui si trovano di fronte non le potranno risolvere contro gli uomini e le donne che non gli hanno dato il loro voto e che sono decisivi per provare a portare fuori dal fango quanto è stato affidato alla loro responsabilità.
Senza l'adesione ai loro progetti della stragrande maggioranza dei lavoratori di Fiat da una parte, e dei cittadini e delle organizzazioni sociali dall'altra, sia Marchionne che Berlusconi falliranno. Nonostante i due possano dire di avere avuto il via libera, un ok ad andare avanti.
C'è infatti un Paese in gravissima difficoltà e chiuso in difesa, in una clinch che dura da troppi anni e per il quale non c'è un progetto disegnato e pronto per affrontare i temi dello sviluppo e del riequilibrio di una comunità divisa e in fuga. Dove ognuno vive nel suo egoismo personale e territoriale e familiare.
E c'è, all'interno di questo paese, una Fiat senza capitali propri e con una grave crisi di innovazione e di prodotto che si aggrappa all'amico americano e prova a giocare un gioco forse al di sopra delle sue capacità finanziarie e manageriali. A giocare addirittura quella che potrebbe essere anche l'ultima mano di una partita che Fiat ha cominciato oltre cento anni fa e di cui da tempo non è più protagonista.
Se questo è il quadro, solo un patto della volontà, la pace per un progetto di rinascimento può offrire una chance. E io già vedo entrambi fallire perchè su questa loro strada stretta e con un percorso accidentato non li trovo capaci di un grande gesto di apertura e un disegno strategico alto, i soli atti che potrebbero permettere di raccogliere quelle sfide che oggi sembrano oggettivamente quasi impossibili anche da avvicinare.
Tutti insieme in una sorta di Charta 2011, un atto politico per mettere insieme tutti e dare e ricevere con franchezza ed onestà. Una scelta da fare con umiltà e da portare avanti con fatica, un servizio da rendere al Paese, piuttosto che l'occasione di accrescere degli ego già ipertrofici e dei patrimoni più che esuberanti.
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